Blonde: Una storia vera, di Armando Genco

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Blonde: Una storia vera

un racconto scritto e illustrato da Armando Genco

 

C’è cenere nei miei pensieri. Quando la notte si arrampica fuori dalla mia finestra per venirmi a cercare e portarmi a letto. C’è cenere nei miei pensieri quando tutte le mattine mi aspettano due chilometri per arrivare in università e due per tornare a casa. Prima amavo prendere il tram e vedere la città srotolarsi davanti ai miei occhi, mentre io restavo immobile. Poi immobile ci sono rimasta davvero, quando la mia mente ha ceduto alla depressione. Ho visto il mondo passarmi di fianco veloce come un treno. Ho ventisei anni e ne sento addosso cinquanta. Ho tentato il più possibile di fuggire alla trappola della famiglia perfetta. Non ci credo più. Credo che esista la famiglia borghese: dove l’amore giace candidamente negli anfratti di cervelli attivi solo all’apparenza. Persone che colmano le giornate vivendo di visioni idilliache. E per carità, non li biasimo; anzi, li ammiro. Io, vi ammiro mentre pratico un amore fugace sotto le lenzuola, nelle zone buie di un pacchetto o sui sedili posteriori dell’auto.

Illustrazione di Armando Genco
© Armando Genco

Qualche giorno fa mi mancavo troppo e ho voluto ritrovarmi. L’ho fatto scrivendo ad un mio caro amico: vediamoci questa sera, ti desidero. Ci siamo incontrati in Duomo. La piazza era affollata di gente, come al solito. La facciata della cattedrale si rifletteva pallida nelle mie pupille, sembrava mi stesse osservando senza distogliere mai lo sguardo. Non mi sono mai sentita così intimorita e insicura come quella notte. Malgrado sapessi ciò che volevo ottenere, qualcosa dentro di me lanciava segnali di panico. Come un cerbiatto sul ciglio della strada che sente le vibrazioni sull’asfalto e rimane lì, bloccato, indeciso se attraversare o meno.

Illustrazione di Armando Genco
© Armando Genco

Mi ero vestita non troppo elegante: un dolcevita nero, una giacca con le spalline prominenti anni ottanta, una gonna, calze cinquanta denari e un paio di scarpe nero lucido. Ero pronta all’attacco, ad attraversare la strada, a differenza del cerbiatto. Marco arrivò puntuale. Ci salutammo con un bacio sulla guancia e prendemmo a camminare. Lui mi chiese dove volessi andare e prima che potessi aprir bocca mi propose dei locali. Ne scelsi uno non lontano da casa mia, così dopo saremmo potuti andare da me. Il posto non era molto affollato, malgrado fosse venerdì sera. Ordinammo due birre. Parlammo per qualche ora. Io gli spiegavo del mio sentire lasciando trasparire una certa malinconia, lui mi ascoltava. Ma sapevo che stava aspettando solo di uscire dal pub per andare a scopare. Pagò il conto e andammo via. Erano le undici di sera, per la città una fiumana di gente. Le luci dei lampioni si specchiavano sull’asfalto rendendo la strada magica e agitata da nervature gialle che tremavano vivide.

Facemmo un lungo giro, almeno di un’ora. Lui mi diceva che era contento che l’avessi contattato e altre carinerie che poteva evitare. Poi io esordii: “Andiamo da me. Ho freddo.” Un malcelato sorriso apparve sul suo volto, non vedeva l’ora che gli dicessi quelle parole. Durante tutto il tragitto restammo in silenzio e avanzavamo mano nella mano; era stata una sua idea, forse per farmi sentire più a mio agio.

Arrivati a casa non feci nemmeno in tempo a chiudere la porta che lui mi era già addosso a ricoprirmi di baci. Iniziò dal collo, poi mi girai e passò alle labbra. Io le aprii e feci entrare la sua lingua dentro la bocca. In quel posto caldo e umido due titani si stavano scontrando, generando piacere. Con le mani grandi e calde mi tolse di dosso la giacca buttandola sull’attaccapanni. A quel punto lo fermai, lo presi per mano e lo portai in camera mia. Lo feci sedere sul letto, accesi la luce sul comodino e iniziai a spogliarmi. Mentre lui si sfilava le scarpe io mi toglievo il dolcevita. Rimasi con la mia canottiera rossa che, una volta tolta, gettai sulla lampada per creare atmosfera. L’atmosfera è una cosa a cui tengo molto. Vidi che lui era già in mutande e calzini. Gli dissi con voce calda e maliziosa: “Slacciami il reggiseno”. Non se lo fece ripetere, venne verso di me e con un rapido gesto delle mani me lo levò. Davanti a lui si mostrarono due grandi seni sodi la cui areola scura terminava con un capezzolo turgido. Non poté fare a meno di dire: “Cazzo, che tette che hai.” Io risi e gli risposi: “Continua a spogliarmi, c’è di meglio sotto.”

Con foga mi slacciò le scarpe, poi mi prese e mi buttò sul letto mettendomi stesa. Mi levò, partendo dai fianchi, le calze. Poi passò alla gonna, che una volta sbottonata venne via con estrema facilità. Dentro le mutandine ero tutta bagnata e lui se ne accorse. Lo vedevo leccarsi le labbra. Con entrambe le mani sui miei fianchi mi sfilò gli slip. Il mio pube era lì, nudo. Il monte di venere era ricoperto di peli scuri che continuavano lungo le grandi labbra.

Illustrazione di Armando Genco
© Armando Genco

C’è a chi non piace questo spettacolo ma a me sì e anche a lui non sembrò dispiacere. Mi aprì le gambe e iniziai a sentire la sua lingua sul clitoride. Ero completamente bagnata a quel punto. Lui continuava andando sulle piccole labbra oppure penetrandomi leggermente. In breve tempo sentii le sue dita grandi e calde entrarmi dentro e fare dei movimenti ondulatori leggeri. Misi la mia mano tra i sui capelli e spinsi forte la sua testa contro la mia fica.

Illustrazione di Armando Genco
© Armando Genco

Continuammo così per diversi minuti. Mi piaceva, mi piaceva tanto. Ma lo fermai prima che potessi venire: “Aspetta. Voglio ricambiare adesso.” Gli tolsi le mutande e davanti ai miei occhi vidi il suo cazzo saltare fuori. Era duro e pieno di vene scure che partendo dalla base arrivavano fino al glande. Senza esitare me lo misi in bocca e sentii lui godere. Gli leccavo intorno alla cappella mentre il mio sguardo era rivolto verso il suo. Quando è così si può percepire l’intesa che si crea tra gli individui: un filo che lega due menti distanti solo nello spazio. Con la mano lo accarezzavo, a volte stringendo più forte; in quei momenti sentivo un leggero “Ahhh…”. Lo sentivo, era mio, si stava dedicando completamente a me e io a lui. Mi fermai e gli dissi: “Mettimelo dentro”. Lui fece cenno con il capo, io mi scostai e mi stesi lungo il letto. Alzatosi sulle ginocchia si afferrò il membro e mi penetrò con forza. Era sopra di me e con le anche ci dava giù pesante. Io avevo le gambe completamente aperte e gli guardavo il collo, mentre lui con gli occhi chiusi puntava con il mento la parete. Non era un bello spettacolo stare con qualcuno che non ti osserva nemmeno. Così gli afferrai una mano e me la poggia sul seno: “Stringi!” Lui rimase a bocca aperta e ancora più eccitato mi strinse forte il seno. Dopo avergli scostato il braccio notai, per mia sfortuna, che indossava ancora i calzini. La mia concentrazione venne meno e non potei farei a meno di sorridere. Fortunatamente non se ne accorse, dato che continuava a prendermi come fosse indemoniato. Cristo, gli avrei voluto dire, non sono una vacca da monta. Questo ed altri problemi mi giravano per la mente, ma mi sforzai di concentrarmi verso un unico obiettivo: godere. Ritornai in me e con una spinta degli addominali mi avvicinai con le labbra al suo orecchio. Gli gemetti dentro e a lui sembrò piacere. Tanto che con la mano destra mi prese il culo e strinse forte.

Illustrazione di Armando Genco
© Armando Genco

Ora eravamo petto contro petto e sentivo i pettorali creare attrito sfregando contro le mie tette. Sudore. Percepivo sudore. Mi piaceva. Continuai a gemergli nell’orecchio per farlo eccitare sempre più, sentivo il suo pene ingrossarsi dentro di me. dopo alcuni minuti, stanca di quella posizione, lo spostai con le braccia dicendogli: “Ora tocca a me stare sopra”. E rimanendo ancora attaccati ci girammo sul materasso umido di sudore. Ero io a governare i giochi. Mi muovevo sinuosamente su di lui, che steso mi osservava i seni. Gli afferrai entrambe le mani e ne misi una sul culo e una sulle tette, chiedendogli di stringere. Lui strinse e io mi eccitai di più. Saltavo sul suo cazzo così rigido che sembrava essere diventato di ferro.

Illustrazione di Armando Genco
© Armando Genco

Stava per venire, sapevo di non avere molto tempo ancora. Così mi concentrai a lungo sulle mie sensazioni. Dimenticando gli imperativi, il “dover venire per forza”, e mi lasciai andare. Un caldo tepore si irradiò dal mio basso ventre per tutto il corpo e in uno spasmo emisi un “Ahhh…” di piacere. Lui mi venne dentro poco dopo.
Non lo contattai mai più. Era servito allo scopo e non mi sarei più piegata ai miei impulsi. Così può dirsi conclusa la mia insignificante avventura. La lezione? La lezione è che dopo ogni volta che faccio del sesso mi arricchisco dell’altro: come un vampiro ne succhio il seme. E ora mi sveglio pensando a te. A te che sarai la mia prossima vittima.

 

Armando Genco
Nato a: Noci (BA) nel 1992
Percorso formativo: UniversitĂ  di architettura.
Attualmente all’attivo come illustratore per la casa editrice: Prott Edizioni.
La mia arte nasce dalla passione per i fumetti, che tutt’ora realizzo. Ho pubblicato i miei primi lavori su alcune fanzine, blog e riviste con le quali collaboro. (Zebra, Pool magazine, Fanzinne, La Testata, FOMO).
Ho rivestito il ruolo di direttore artistico per l’associazione culturale Via Gluck.
Dal 2015 espongo i miei lavori in gallerie locali e festival culturali, nei quali vengo spesso chiamato per live painting e installazioni artistiche.
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Contatti
Instagram: @armandogenco_art
Email: a.ge.29@hotmail.it

 

La rubrica senza filtri è a cura di Queef Magazine con la necessaria e preziosa collaborazione di Elena Giorgiana Mirabelli ,redattrice e responsabile progetti di Arcadia book&service.

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