Cigno Bianco di Francesca Piovesan

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Quello che segue è un racconto breve presente nella raccolta L’ultimo sesso al tempo della peste, NEO edizioni (CLICCA QUI per leggere la nostra intervista al curatore del volume Filippo Tuena).

Cigno Bianco di Francesca Piovesan.

Le due file procedevano a distanza di sicurezza. Quella sicurezza che veniva continuamente urlata dai megafoni appesi in alto, legati ai pali della luce. Quella sicurezza che veniva ripetuta dalle poche radio che trasmettevano ancora in quei pochi supermercati che garantivano un minimo di sussistenza. Quattro metri. Quattro metri tra un fila e l’altra, quattro metri misurabili con un metro. Clelia pensò all’ultima volta in cui lo avevo visto un metro, un metro da sarta, un metro pieghevole.
All’ultima volta in cui aveva tenuto in mano la misura delle sue gambe, forse un po’ di più, forse le sue gambe fino alle ossa del bacino, non era molto alta. Non si era mai misurata a pezzi. Fra le persone della stessa fila ormai non esisteva più la sicurezza. Erano tutti infetti. Alcuni malati, altri lo sarebbero diventati presto. Non esisteva la speranza di essere sano, di essere diverso. Il decorso della malattia sarebbe stato lungo, le infezioni si sarebbero moltiplicate all’interno di ogni corpo. Se trovavi del buon cibo, ti idratavi bene, riuscivi a prendere le giuste medicine che venivano consegnate nella tal ora in tal posto, potevi sopravvivere. Mesi di agonia modesta, ma continua. Un sistema immunitario al collasso, ma non moribondo. Clelia adesso aveva la laringite. La laringite e trentotto di febbre costante da due giorni. Era riuscita a prendere l’ultima pastiglia di paracetamolo la notte scorsa. L’aveva fatta riposare, se il verbo riposare poteva adattarsi a un letto scassato che aveva trovato nella stanza dell’appartamento che divideva con Giovanna e Rachele.

Illustrazione realizzata da Stefano Fiorello, racconto di Francesca Piovesan
© Stefano Fiorello

Giovanna e Rachele erano infette, la guardavano dall’altra fila, quella parallela, quella distante quattro metri. A casa rimanevano divise. Clelia era riuscita a recuperare in un mercato di seconda, ma forse di terza o anche quarta mano, un fornello elettrico. Cucinava nella sua stanza. Si parlavano attraverso porte bianche quasi del tutto scrostate, usavano fogli che facevano passare sotto quelle stesse porte. Il segnale per uscire era un campanello da bicicletta che veniva suonato da Clelia; via libera rispondevano le altre ragazze creando piccoli suoni su uno xilofono recuperato chissà dove. A Clelia lo xilofono faceva venire i brividi, perché immaginava un bambino chino su quel metallo colorato. Le guardava adesso, lei, malata. Le guardava mentre avanzavano lente, mentre tutte e tutti si dirigevano agli autobus che li avrebbero portati in tal posto a tal ora per prendere un po’ di vita senza pena.
Due fila distinte, due autobus distinti, due medicine distinte.
All’inizio della fila dei non malati ancora c’era Dario. Lui e Clelia si erano conosciuti in una di quelle uscite notturne per recuperare un po’ di vestiti. Una volta a settimana, nella zona che divideva il centro città dalla periferia, arrivava questo furgone rosso con due uomini che respiravano male, forse bronchite, forse una polmonite che li stava lentamente uccidendo, e facevano entrare all’interno del furgone due persone alla volta. Frugare, provare in velocità i vestiti lì dentro, pagare ognuno come poteva, e poi andarsene. La premura di evitare di far spogliare due sconosciuti di sesso opposto in spazi ristretti ormai non esisteva più da tempo, e così Clelia avevo visto Dario in mutande dopo un minuto. Mutande consumate, forse sporche. E Dario aveva visto il seno di Clelia dopo un minuto. Un seno magro, che non riusciva più a sostenere con nulla. I reggiseni in quel camion non si erano mai trovati. Quella prima volta si erano guardati appena, sfiorati con occhi troppo avidi di trovare qualcosa con cui coprirsi. Clelia non si sentiva attraente, non avrebbe potuto esserlo. Ogni mattina si specchiava in un pezzo di vetro che aveva attaccato con un chiodo alla parete della sua camera: la pelle sottile, le occhiaie profonde, i capelli in disordine che raccoglieva in una coda alta, se per una o due settimane non riusciva a mangiare della frutta le si tagliavano le labbra, tanti piccoli spilli di sangue. Che un uomo potesse provare dell’eccitazione sessuale al suo cospetto era impossibile, quasi comico, un pensiero delirante. E quando Dario le aveva per pochissimi secondi fissato il seno, Clelia non aveva provato nulla. Nessun imbarazzo, nemmeno un minimo desiderio di raddrizzare la schiena, le spalle, per mostrare lo sterno e quella carne quasi trasparente che la faceva ancora sentire una femmina.
Dario si era girato già tre volte a guardarla, la cercava, spostava il collo quando qualcuno non capiva che lui stava cercando proprio lei. Clelia aveva alzato la mano appena, lo aveva salutato appena. Lui le aveva indicato la fascia che portava tra i capelli, il vezzo che le aveva scovato tra la montagne di vestiti la sera prima, la quarta. Il loro quarto incontro. Incontri di cinque minuti, di poche parole, di presentazioni all’osso: nome, età, se la dimora era fissa o meno, se erano malati o meno, se erano soli o meno. Appuntamenti di cinque minuti, rituale di corteggiamento ingabbiato tra lamiere e vestiti di morti. Dario era passato dietro nella sua fila, era arrivato da lei. Gli autobus erano cinque quella mattina e lui avrebbe preso il secondo, forse il terzo, ma l’avrebbe preso continuando a guardare Clelia, con il collo girato correttamente verso di lei, ricercando in quei quattro metri il suo odore. Clelia lo aveva sgridato con gli occhi, parlarsi mentre si era in fila era proibito.
Nessuno voleva sentire patemi d’amore, di distanza, madri che piangevano figli lontani, quei pochi vecchi rimasti che invocavano piano qualche dio. Tutti in perfetto silenzio, concessi solo i rantoli, i colpi di tosse. Parlandosi con gli occhi le aveva indicato la fine di entrambe le file. Le diceva: spostiamoci da qui, andiamo dietro, liberiamoci dagli altri corpi. Clelia al primo alfabeto degli occhi aveva scosso la testa: no no, non possiamo, gli autobus, le medicine, non possiamo saltare il turno, perdere il turno. Dario insisteva nel suo proposito, Clelia continuava a negare, a negarsi.
Negarsi troppo, però, avrebbe voluto dire avvicinarsi sempre di più alla salita nell’autobus, avvicinarsi sempre di più alle forze dell’ordine che controllavano gli accessi, mentre alla fine delle file non c’era nessuno a controllare. Ognuno era responsabile della propria salute, ognuno decideva quando e come restare in fila per tre, quattro ore, sotto la pioggia fredda, con il sole che ti prosciugava ogni goccia di sudore, quello che con tanta fatica riuscivi a produrre. Il quinto tentativo di Dario fu un sì di Clelia. Abbassò gli occhi, iniziò a tossire violentemente per non destare troppo sospetto negli altri, lanciò un ultimo sguardo alle sue due coinquiline di cui distingueva i colori spenti dei pantaloni, quasi prossime alla salita, e se ne andò verso la fine dei malati. Dario la seguì subito e, prima che lei potesse capire veramente quali erano le sue intenzioni, le prese una mano e la trascinò nella piccola via cieca oltre il fabbricato di mattoni rossi che delimitava sempre, ogni giorno, il lungo lombrico di persone.
«Dario, che cazzo fai?», Clelia era nervosa, agitata, preoccupata per la polizia, preoccupata che tutti avessero capito della loro fuga. Avrebbe voluto picchiarlo, picchiare quell’uomo che per lei non era nulla, solo uno che insisteva, cosa insisteva a fare, non c’era nulla da vedere oltre quella fila, nulla da toccare.
«Ho trovato un posto, qui. Vedi? C’è una porta. Credo sia stato un negozio di bomboniere. Ci sono delle cose assurde, di un kitsch».
«Scusa Dario, e tu come hai trovato questo posto? Qui ci veniamo solo per prendere gli autobus e nessuno si muove, nessuno fa un passo. Solo chi si sente male, come ho finto da scema io, se ne va».
«Ci sono venuto di notte, una notte in cui non dormivo. La polizia ormai se ne frega di controllare qui, se non per far rispettare la coda e mantenere le distanze. Che poi queste distanze a che servono? Ci ammaleremo tutti».
«Servono a proteggere, momentaneamente, i più deboli».
«Sei la solita, pensi sempre agli altri».
Clelia gli aveva dato uno schiaffo, aveva sentito la guancia calda di Dario tremare appena. Allora lui le aveva passato una mano dietro al collo, dove i capelli erano sudati e l’aveva baciata tirandola a sé. Clelia aveva cercato di divincolarsi, ma lui le aveva stretto con l’altra mano il fianco sinistro e, divaricando le gambe, l’aveva intrappolata lì in mezzo. Lei aveva cercato di reagire ancora, ma non si poteva muovere, era una stretta ma dolce. Il peso del corpo di Dario esercitava come una forza di gravità, qualcosa che la inchiodava in quel tempo, in quel posto, a quell’uomo. Aveva sentito la pancia diventare di fuoco e Dario eccitarsi quasi subito, allora aveva schiuso le labbra e lui l’aveva baciata con la lingua, aveva baciato quella bocca a trentotto gradi, scambiato la sua saliva non malata con la sua già malata. Clelia si era scostata un attimo, quando ci aveva pensato, lui l’aveva lasciata fare.
«Che c’è?»
«La laringite, la febbre. Domani io starò ancora più male e tu inizierai ad avere la gola che pizzica,
qualche linea di febbre».
«Domani, ritorniamo qui e ci rimettiamo in fila».
«Ok».
Poi Dario aveva spinto quella porta alle sue spalle, ed erano entrati nel negozio delle bomboniere.
C’erano cigni di ceramica bianca fieri e temibili, cornici di metallo ossidato, sacchettini di organza con all’interno confetti andati a male. Aveva fatto sedere Clelia sul bancone dove una volta abili mani avevano preparato centinaia e centinaia di oggetti stupidi da infilare in cassetti che nessuno avrebbe mai riordinato. Poi si era allontanato un po’ e si era spogliato, completamente. Lei aveva sorriso, perché le era sembrato all’improvviso nudo. La sua sfrontatezza svaniva in quella nudità spigolosa, in quel corpo magro, con i primi segni di un’età non più giovanissima: qualche muscolo poco definito, i peli bianchi sul petto. Si era sfilata la maglietta di cotone e quella gonna strana con tanti piccoli gatti stampati che indossava sempre, appena riusciva a lavarla e ad asciugarla.
Aveva tenuto le mutande, perché le era sempre piaciuto farsele sfilare e vedere la mano di un uomo che la masturbava spostando il tessuto. Non aveva avuto nemmeno il tempo di portare quel pensiero, quel ricordo, al livello di una fantasia erotica che Dario l’aveva penetrata con due dita.
Aveva iniziato a muoverle piano, l’aveva masturbata a lungo aumentando la velocità un po’ alla volta. Clelia aveva sentito l’eccitazione diventare sempre meno gestibile, e sicuramente, da lì a poco, avrebbe avuto un orgasmo. Stringendo Dario a sé aveva cercato di ricordare l’ultima volta che aveva fatto l’amore con un uomo, quanti anni erano passati, com’era stato il suo corpo, com’era stato l’ultimo corpo dell’uomo che l’aveva fatta godere, ma il suo ansimare, che diventava sempre più crescente e rumoroso, l’aveva distratta da tutto il resto, le aveva liberato completamente la mente da ogni pensiero, da ogni timore, da ogni paura. Aveva affondato le unghie nella schiena di Dario e poi gli aveva sussurrato all’orecchio «Vengo». Come se una parola urlata avesse potuto far sparire improvvisamente i loro corpi sudati.
Le dita di Dario erano rimaste dentro di lei, avvolte dalle contrazioni del piacere, poi le aveva sfilate piano e le aveva leccate. Clelia non sentiva più le gambe, le cosce. L’orgasmo l’aveva lasciata spossata, si sentiva immersa in un lago di latte denso. Aveva fatto scivolare le mutande sul pavimento sporco e, con uno sforzo che le era sembrato al limite della sopportazione, aveva circondato con le braccia le gambe di Dario. Lui aveva chiuso gli occhi, li avrebbe aperti sicuramente dopo, aveva pensato Clelia. Agli uomini piace guardare. Lo aveva preso in bocca cercando di farlo bene. Le sembrava di essere ritornata ragazzina quando la preoccupazione più
grande nelle prime esperienze sessuali era quella di non far sentire i denti. Glielo aveva succhiato muovendo la lingua, facendo la giusta pressione con le labbra. Quando aveva cercato gli occhi di Dario li aveva trovati. Il sesso non si smentiva, nemmeno con la pestilenza del secolo. Le aveva detto, con le dita fra i suoi capelli «Non voglio venirti in bocca».
Si era seduto su una vecchia sedia da ufficio che, probabilmente, il proprietario delle bomboniere usava di sera quando, chiuso il negozio, chiudeva anche la cassa e contava i soldi.
Clelia si era seduta sopra di lui. Era così bagnata che non aveva sentito quasi nulla all’inizio, quando Dario l’aveva penetrata. Ma poi, cominciando a muoversi sopra di lui, aveva riscoperto tutte le sensazioni e anche gli odori, gli odori del sesso. Era l’odore forte del pene eccitato, l’odore delle ascelle depilate male con un rasoio usa e getta troppe volte, l’odore di quello che le colava tra le gambe, che la invadeva dentro, mentre Dario a ogni spinta le cercava la lingua.
Clelia stava per avere un altro orgasmo, lo sentiva montare.

Illustrazione realizzata da Stefano Fiorello, racconto di Francesca Piovesan
© Stefano Fiorello

Voleva venire con Dario, insieme. Si alzò sulla punta dei piedi in modo che la potesse penetrare ancora più a fondo, che le sue spinte fossero ancora più decise, ravvicinate. Le passò per la mente la preoccupazione di non aver più ricordi dell’ultima mestruazione, di non aver tenuto nota di nulla.
Ovulava ancora?
Era fertile? Stavano scopando senza nessuna protezione e chi li aveva più visti i preservativi nella farmacie, chi le aveva più viste delle farmacie con le fondamenta. Guardò Dario negli occhi dieci secondi prima che lui le stringesse forte i fianchi, che lui scoppiasse di piacere dentro di lei e mentre la riempiva con il suo sperma l’aveva stretta ancora più forte, le aveva baciato il collo, e poi la fronte, per far sparire quella febbre da peste.

2 aprile

Illustrazione realizzata da Stefano Fiorello, racconto di Francesca Piovesan
© Stefano Fiorello

Francesca Piovesan
Nasce in provincia di Venezia il primo luglio 1982. Ha pubblicato racconti su Cadillac e Ammatula. Ha esordito a settembre 2019 con la raccolta di racconti A pel­le scoperta (coll. SideKar di Arkadia).

 

Stefano Fiorello
Mi chiamo Stefano Fiorello, classe 1992, vivo nella provincia di Reggio Calabria.
Diplomato all’Istituto D’Arte, laureto in Sociologia, faccio illustrazione e graphic design.
Mi piace il rock progressive, Lovecraft e le melanzane ripiene senza formaggio.

 

Contatti
Sito: stefanofiorello.com
Instragam: @fiorello_appassito

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