T-Squirt incontra – Intervista a Ermanno Ivone

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“Tutto quello che c’è è un eros strozzato. Un coitus interruptus per chiunque metta in ascensore il pensiero e spinga il bottone “Piano pelvico” “. Ermanno Ivone

© Ermanno Ivone – Ermanno e le nostre t-shirt Acqua Lucida e Porno Agricolo

La premessa importante è: tra pugliesi ci si capisce! Se avessi dovuto scegliere come o dove intervistare Ermanno, gli avrei proposto una casetta sul mare, di quelle rustiche, davanti a un buon vino e a un buon piatto di spaghetti con le cozze. Miei cari, vi consiglio quindi di mettervi comodi e immaginare il mare, il vino e il piatto, proprio come sto facendo io, mentre scrivo questa intervista.

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Ermanno Ivone

Domanda.Ermanno, darlin magazine ha definito il tuo stile pop, popolare, ma come lo descriveresti con parole tue?
Risposta.Immagino anche io (purtroppo).
Mi immagino e mi preoccupo per le bottiglie di vodka che ho portato e ho nascosto in fondo al freezer dietro la vaschetta da 1 Kg di gelato artigianale (4 gusti: cioccolato, zuppa inglese, nocciola e stracciatella). Mi immagino però soddisfatto di aver conquistato un posto a sedere in tutto ‘sto casino di gente, selvaggiamente facilitatore del meritato riposo delle mie terga su una sedia pieghevole di plastica con una gamba sbilenca (sempre meglio però di quelli laggiù che devono decidere se mangiare o se bere).
Viola Valentino e il suo “Comprami” in sottofondo in indemocratici decibel. Con una mano tengo il bicchiere di bianco frizzantino, già salvato più volte dagli attacchi silenziosi della borsetta killer della logorroica a caccia di marito che flirta in piedi di spalle a me con l’ingegnere emigrato a Londra. Cerco di mangiare con il piatto di plastica appoggiato sulle gambe serrate e la forchetta (festosamente di plastica) nell’altra mano.
Mangio e, mentre mi schizzo con sugo di cozze la camicia bianca con collo alla coreana (abbottonato fino all’ultimo bottone. Perché qui sembrano tutti Hipster di NovaYork anche se siamo a Campomarino), mi chiedo cosa sono.
Sono HyperPop: un’imperiosa e colesterolica ostruzione delle vene del pop, tanto quanto basta per gonfiarle a pallone come nelle mani di un culturista con aspirazioni Universe prossimo ad una competizione.
L’esasperazione che si concede, simulando atroce violenza subita, agli occhi di chi cerca tutt’altro.
[questo descritto a mie parole]
A mie non-parole, direi che infilo il tire-bouchon nel pop, giro, giro e giro spingendo in giù. Però alla fine rompo il tappo dentro.

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© Ermanno Ivone

D.Molti dei tuoi scatti hanno uno sfondo bianco, sono più una tela. Tra lo sfondo e il soggetto direi che scegli il secondo: come nasce un tuo scatto?
R.Dove hanno messo gli asciugamani in questo cacchio di bagno?
Con il phon asciugo la camicia bianca con collo alla coreana (purificata, solo nella fantasia, dagli schizzi di sugo di cozze) (non dovevo bere quella cosa che sponsorizzava vivacemente quello sconosciuto sorridente sbottonatissimo e sudatissimo che mi strizzava l’occhio mentre mi passava quel bicchiere dicendomi “Bevi! Bevi! Bevi!”).
Mi immagino, forse per colpa del frizzantino pieno di bisolfiti e/o della sostanza etilica arricchita di drug rape dello sbottonatissimo), che la vera tela, quella tesa e chiodata ai bordi, è la rappresentazione del non voluto. Lo spazio, il vuoto, il bianco è soundtrack che fa da chitarra solista che esalta la folla sotto il palco. Tutto il resto, il colore che il soggetto rappresentato interpreta, è il sacrificio di spazio a cui tutti siamo abituati: un racconto sintetico che in rosicatissimi centimetri quadri di pixel o di beat o di schizzi di inkjet è costretto a pronunciarsi sul silenzio che altrove vorrebbe rinchiuderlo.
La composizione “pittorica” si restringe quindi fino all’unghia finemente smaltata. Quanto basta per smettere di sentire il rumore di una storia raccontata da uno sconosciuto ed arrivare al concetto essenziale. Ossia alla negazione di input cercato di sessualità.
Tutto quello che c’è è un eros strozzato. Un coitus interruptus per chiunque metta in ascensore il pensiero e spinga il bottone “Piano pelvico”.
Per questo ogni foto nasce dal dissenso della memoria della femminilità conosciuta.
Molto meglio inventarsene una strafottente, non facile: “una femminilità che non la dà”.

© Ermanno Ivone

D.Cosa è cambiato dalla tua prima volta dietro una macchina fotografica, ad oggi?
R.Fortuna che sono già tutti ubriachi e le luci sono scarse.
Se ballo e mi muovo come Tony Manero sotto anfetamine amplificate Marshall, nessuno si accorgerà degli schizzi di sugo di cozze (so che ci sono anche se spero di averli purificati via).
Minc*ia, è partito il lento.
Come un granchio oceanico (atlantico) aggancio con piroette la logorroica in cerca di marito [(eh. Lo so!) Ma era la più vicina]. Mi guarda stranita. Un secondo, attimo relativo divide il triste momento (anch’esso relativo). Poi sorride guardando l’amica (anche lei in cerca di marito) e mi si incolla di testa alla spalla strillando in sordina le parole della canzone obbligata dal DJ (Mina con le sue “Parole parole”). Il pericolo mi scrive in linguaggio morse la pelle d’oca sulla schiena e mi avverte con un improrogabile “scappa!”.
Penso [(mentre immagino) non mi sono dimenticato di farlo].
Agito la mano verso il cielo vibrando in pendolo le dita tarantolate come solo Lei-Mazzini sa fare e mi fingo/paleso/sovrappeso supergay ingenuo come salutare soluzione agli attacchi di lacca della logorroica.
In un rapido momento di astrazione da tutta questa inquieta situazione bi-ormonale interiore e dal calcolato delirio circostante, penso alla mia prima volta dietro una macchina fotografica.
Cosa è cambiato?
Il capello. Il mio. Più sale e pepe rispetto al bisogno della sintesi in quadrangolo. Quello che ritrovo ancora davanti alla macchina fotografica, da quando ho cominciato, è la speranza della migliore ipotesi-tesi e dimostrazione dell’essere se stessi. Rincorro a gattoni una visione vorace della personalità unica (non esiste una femminilità gemellabile). Ma ogni volta che comincio con una serie di fotografie ritrovo sempre la stessa cosa: il bisogno di vedersi in maniera diversa rispetto a come gli altri si aspettano di vedere. (per me un vero invito a nozze) [speriamo non usino forchette di plastica].

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© Ermanno Ivone

D.Tutti siamo contaminati da tutto. Hai qualche maestro che ha contribuito a far di te quello che sei ora?
R.Ma è il cielo è sempre più blu.
Così Rino ricompone ogni finta ostentazione e riequilibra gli animi. (almeno il mio. Con un rapido passaggio in androgino fino ad arrivare, in uno schiocco di dita di cucù, in un indiano bisessuale che saltella intorno al totem dello “smollami”)
Non si può ballare da soli [ricordatevelo sempre (a dispetto di Liv Tyler che, boom come è, può fare quello che vuole)]. E tiro dentro il mio cerchio di danza antipioggia l’amica in cerca di marito amica della tipa in cerca di marito. Ma lei, subordinata – credo da sempre – alla prima scelta dell’amica logorroica, ha imparato a dire “ma chi se ne fotte”. Così mi saltella intorno come se lei, la pioggia che io stregoneggio via saltellando, la volesse addosso come fosse una liberazione, un porto franco di emancipazione dai mali come nella migliore tradizione Cherokee.
Sorrido (di nuovo). Sorride.
[il mondo è bello]
Sorridiamo. Con una padronanza dell’attimo che ci fa diventare svizzeri nel metronomo di ciglia che già si vedono aggrovigliate in un bacio iniettore e magistrale di quello che sarà.
Maestro tanto quanto quel Fanelli foto-impresario che fu la mia Stele di Rosetta per la fotografia e mi diede tutto quello di cui abbisognavo per trasformare un’amatoria foto ai piedi in soggettiva in un “pensiero stupendo” (è questo quello che il giratore di dischi sta avvantaggiando alle orecchie della folla nella festa nella casa al mare) di rappresentazione attraverso la tecnica che mi mancava e l’estetica compositiva, supportata da altrettanto Magister Fabrizio, per poter rappresentare quell’ambigua ostilità verso il machismo fotografico che mi ringhiava a clacson dentro.
Oltre agli stimati Fanelli e Fabrizio (obbligatari, blasonati e ivati in rinomatissimo Studio fotografico “F/2”), i detentori magistrali della mia grazia foto-quadrangolare sono:
A) L’Esselunga [con le sue finite moltitudini di specie (documentabili in punti Fragola)]
B) Il benzinaio, quello dietro casa e gli irriducibili in autostrada, con la loro folla di inutilità in vendita nei ridottissimi metri quadri chiusi che mi ha insegnato a riconoscere il valore delle piccolezze.
C) La negligenza sul suggerito. (da quando ho fatto la prima comunione in papillon a fiori, ho capito che qualunque cosa mi fosse imposta dallo status di figlio del tempo dovevo quantomeno trovare degli angoli infiocchettati per interpretarla in floreale cerimonialità).
D) La saudade di mia nonna. Che si lamentava di tutto (e continua a farlo nonostante la demenza senile). Che mi ha insegnato a mandare a quel paese qualunque cosa (tanto non costa nulla) così da permettermi di osservare le cose nel profondo e comprenderle. Fino al punto di giustificarle, di sforzarmi di dargli un valore spesso immeritato. (e così si arriva all’accettazione – uno dei mali comuni – che spesso si trasforma in euforia involontaria. Malattia che mi attanaglia in infinito processo giudiziario).
E) Gesù. Il rocker più cazzuto senza discografia non del tutto presente su Spotify®. Ogni cosa che si dice che abbia detto è un monito a fare di tutto affinché il sorriso possa vincere su tutto. (se trovate un modo per raccontare la vostra vita in un’iperbole/bomba narrativa, troverete sempre un catechista con la giacca di panno che potrà raccontarla ai bambini con la sete di conoscenza ed i petardi in tasca).

© Ermanno Ivone

D.Siamo portati a voler dare un senso a tutto, a voler sempre trasmettere qualcosa in ciò che facciamo, anche se, a mio parere, non ritengo sia sempre strettamente necessario. Cosa vorresti trasmettesse una tua foto?
R.Sembrerebbe che nessuno ci abbia visto allontanarci.
Siamo in bagno (e ancora non ho capito dove cacchio sono gli asciugamani. Ma tanto non devo mica improvvisare un toga party).
L’emozione è sillabata alla pulsione incontrovertibile. Le mani di entrambi perdono la testa e cercano il corpo prima del desiderio.
La musica là fuori, qui dentro perde gli acuti e si trasforma in ovattati bassi ravvicinati che lucidano le medaglie dei dittatori del “non cazzeggiate troppo con le mani”.
Gli sfioramenti diventano carezze. Le carezze diventano palpeggi. Le speranza di realizzazione diventano camicie sbottonate.
La palude della festa si è già trasformata in laguna blu.
Le apnee di lingua fanno dimenticare le estreme difficoltà di slacciamento delle sofisticazioni dei maledetti stilisti che ci hanno vestiti.
La pressione sul desiderio diventa una camera ad aria ampiamente sopravvalutata e prossima all’esplosione.
L’aria è rarefatta di feromoni. Non si respira più.
E mi solletica il pensiero del senso delle cose. Anche e soprattutto nella mia fotografia.
Tutto quello che non è, purtroppo, ormai necessario. Ossia il ricorso (fatto rimpianto) di quello che siamo o dovremmo essere: utenti fruitori dotati di pura e inviolabile disciplina autosostenibile.
Non è giusto che le menti (soprattutto maschili) vengano dominate da pulsioni primitive sessuali che, a volte poco a volte troppo, determinano le decisioni che in un modo o nell’altro finiscono per definirci (basti vedere le schiere di “uomini” che procacciano speranze di contatti interpersonali sui social).
Quello che voglio trasmettere con quello che faccio è che si può andare oltre l’istinto pelvico e decifrare ciò che osserviamo attraverso quello che custodiamo tra le costole o, meglio, salendo più su, che custodiamo tra le tempie.
Per questo distraggo e confondo. Associo input primari sessuali che indossano cappotti camouflage trasparenti cuciti con distrazioni ballabili, comprensibili.
Prima o poi si dovrà arrivare alla verità che la felicità non è un corpo immaginato in pixel ma riconoscere che quel “corpo” ha un pensiero e una serie di racconti, che, in un modo o nell’altro, ci arricchirà.
Vorrei si, con tutto me stesso, che venisse protetto costituzionalmente il diritto di desiderare. Desiderare però qualcosa che supera l’occhio e si sedimenta nell’addizione di un’immaginazione in più.

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© Ermanno Ivone

D.C’è uno scatto a cui sei particolarmente legato?
R.Si tanti. Però quello che mi fa amare quello che faccio sono le Persone che cerco di raccontare. Quindi mi lego a chi mi presta i suoi colori.
Prima tra tutte la Mia Signora (seppur straniera delle mie foto) seguita da Persone miracolose e narranti che hanno aiutato inconsapevolmente me prima che la mia fotografia.

I pantaloni e la gonna sono ancora su. Tutto il resto siamo riusciti ad eiettarlo senza stile sincronizzato sulle mattonelle a parete del bagno.
La storia non è ancora stata scritta ma il momento è arrivato. E anche io.
Impossibile.
L’improvviso caldo umido tropicale all’equatore delle mie tasche mi ridesta violento dalla nebbia etilica ispiratrice.
Lei distratta dalla zip della sua gonna. Io impietrito come il gesso ancora fluido in un calco. Guardo in basso.
Rorschach disegna l’interpretazione di un precoce inumidito silenzio.
Agguanto d’improvviso la coinquilina di sanitari e la trascino sotto la doccia.
La sua non-solubile ira fa immediatamente pratica con il mascara sciolto.
Acqua, tanta acqua ci piega fredda gli animi.
Mai potrò essere un marito suo futuro. Nemmeno in queste semi-vesti di pompiere con doccino.
Niente confetti, niente cerimonia, saluto spostandomi i capelli bagnati e chiudo la porta (la privacy di una donna in doccia è importante. Soprattutto quando è incazzata).
L’acqua era calda, la musica mi è piaciuta e il mio minutaggio virile è salvo.
Un grazie particolare ai padroni di casa e alla loro ospitalità.
Comunque ci rivediamo. Perché c’è ancora la vodka in fondo al frigo da consumare.

 

Intervista realizzata per noi da VcomeVagina – vcomevagina.wordpress.com

 

Contatti
Sito: www.ermannoivone.com
Instagram: @ei_ermanno_ivone

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