La teledildonica e la privacy, ovvero: come proteggere i nostri giocattoli sessuali dai malintenzionati online

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“Signori scinziati cercate di studiascere e fate un’interfaccia apposta per il pesce”
Gianfranco Marziano, “Videogiochi”

Quanta privacy siamo disposti a cedere e quanta sicurezza crediamo di avere nel momento in cui affidiamo parte della nostra vita sessuale a qualche nuovo giocattolino tecnologico? Ebbene, a quanto pare il rischio di intromissione nella vita sessuale e intima di chi acquista un vibratore dotato di bluetooth o collegabile in rete è concretissimo, come ammesso dalle stesse aziende produttrici.
Potrebbe essere lo spunto per un episodio di una serie fanta utopico futuristiche in onda su qualche piattaforma streaming (sempre che non ci abbiano già pensato a girarla), di sicuro già Milo Manara qualche anno fa ne ha fatto una storia oggi diventata attualissima, “Il Gioco”.

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Copertina de “Il gioco 2” (1991) di Milo Manara.
Trama: Diventata presentatrice di un programma ecologista, la pudica Claudia Cristiani diventa il giocattolo di uno strano giovane, Faust, in balìa del diabolico telecomando. Deciso a servirsi del marchingegno, Faust costringe la frigida signora a una serie di comportamenti debosciati. (Wikipedia).

Dalle pagine e dagli schermi, la realtà dei sex toys interconnessi è fra noi già da tempo: il giornalista di Wired.com, Matt Burgess – da cui abbiamo preso parecchio materiale per questo articolo ( clicca qui per leggere l’articolo ) – riporta come già una decina d’anni fa ci fosse un’interfaccia usb pensata per l’utilizzo in Second Life, il primo goffo tentativo di “realtà virtuale” applicata ai videogame, ma già negli anni ’70 si è coniata la definizione di “teledildonica”, che si riferisce a ogni attrezzo tecnologico adatto a stimolazioni sessuali grazie all’invio o alla ricezione di dati (quindi in teoria potrebbe rientrarci anche qualche esponente del popolo delle partite iva seduto su un fax). Oggi le attrezzature sono molto diverse e più variegate: si va dai semplici vibratori, alle fleshlight (delle lampade vaginomunite per la masturbazione maschile), alle mutandine controllabili a distanza con effetti di stimolazione differenti e selezionabili, in autonomia o con l’aiuto di un partner. I problemi nascono dal fatto che molti di questi aggeggi possono raccogliere informazioni sensibili (è proprio il caso di dirlo), come la temperatura corporea, l’intensità delle stimolazioni, oltre agli orari di uso e ai posti in cui si trova l’utilizzatore finale. Oggetti che però non hanno elevati standard di sicurezza e che grazie allo “sniffing” delle password o dei database possono essere rischiosi: sarebbe come trovarsi nudi in mezzo alla strada, impossibilitati a controllare qualcosa che abbiamo tra le gambe (no pun intended). Ma non c’è solo il rischio di un “assalto sessuale a distanza”, un furto di dati può avere più prosaici – ma più redditizi – scopi commerciali o di controllo. Qualcosa che di certo abbiamo già visto, pensiamo a “She” di Spike Jonze o alla Joi di Blade Runner 2049.

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Ovetto vibrante wireless con comando a distanza

In questi giorni i dispositivi personali sono sempre più presenti e anche al centro di polemiche: pensiamo al brevetto di Amazon per un braccialetto per ridurre i tempi nella ricerca degli oggetti fra gli scaffali, una prospettiva che qualcuno ritiene un utile strumento di lavoro, qualcun altro uno strumento di controllo invasivo. Oppure pensiamo ai braccialetti per il fitness, che tracciano i dati dei nostri movimenti: ecco, dopo che un’azienda ha messo in rete, con tracciati termografici, i percorsi più utilizzati a livello mondiale, sono venuti fuori dei tracciati molto chiari e precisi in alcune zone desertiche, corrispondenti alle basi statunitensi, coperte da segreto militare, ma messe in piazza dagli stessi militari che si allenavano correndo intorno al perimetro delle strutture.

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Il braccialetto wireless brevettato da Amazon. 

La violazione della privacy sul lavoro o nelle strutture militari forse stuzzica di meno rispetto a quanto può accadere in posti molto più privati, e non ci addentriamo in quello che oggi accade con l’incrocio delle tecnologie di riconoscimento facciale, il Gps e l’utilizzo dei social network con smartphone costantemente collegati in rete. Un pizzico di consapevolezza maggiore però non farebbe certo male. I tipi di Pornhub – a dispetto di quanto dice certa propaganda religiosa – ancora una volta ci hanno visto molto più lungo e hanno dato il loro supporto ad un sito e un account twitter (@internetofdongs, che fa il verso all’internet of things, dove dongs è il termin inglese per i batacchi di gomma) in cui si può segnalare e tappare le falle di sicurezza dei dispositivi, anche con la collaborazione dei principali produttori: indubbiamente iniziative del genere farebbero di ceto bene anche in altri settori, dove la gestione dei dati non è un bene delle persone da tutelare, ma è il nuovo modello estrattivo da capitalizzare.

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L’account Twitter “Internet of Dongs” ( @internetofdogs ).

“Non è che i produttori siano pigri, cattivi o indifferenti alla questione – dice Renderman, la persona che ha creato @internetofdongs – è solo che non capiscono di essere a 100 millisecondi di distanza da ogni testa di cazzo del pianeta. Per questo ho deciso di dare una svegliata all’industria dei sex toys. Fanno ancora degli errori che sono stati risolti 15 anni fa”. Ovviamente le segnalazioni a volte vengono ignorate o viste con sospetto: chi potrebbe avere interesse a segnalare il malfunzionamento dei software di un vibratore? Forse il trattamento dei dati che affidiamo a ogni marchigegno – che sia che sia il nostro cellulare, un martagno in silicone o una vagina paraflu – dovrebbe interessare molte più persone e in molti più ambiti. Essendo una terra di frontiera, c’è ancora spazion però per i pionieri della libertà: Sarah Jamie Lewis, ricercatrice esperta in privacy e anonimato, ha messo a punto un sistema che, sfruttando il network anonimo Tor, è capace di bloccare l’invio di ogni dato alle aziende, aprendo anche a utilizzi più estroversi dei toys. “Tutto ciò che viene trasmesso a un network deve essere consensuale”, proprio come il sesso dice Lewis. Questo comprende il chi, come, cosa e quando registrato dai sex toys. “Sono informazioni che non dovrebbero essere disponibili a nessuno che non sia statao esplicitamente autorizzato”. Il prossimo passo ricalca la battaglia per liberare le persone dai software proprietari o invasivi: trovare una interfaccia “user friendly” che possa mettere al sicuro le informazioni delle persone. Anche in questo caso potrebbe essere qualcosa di utile al di là dei nostri singoli orifizi.

 

Articolo scritto per noi da Kung Paolon

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